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Opinione

Va in scena l'emozione

Il teatro di ispirazione scientifica, secondo il regista Luca Giberti, va ben oltre la divulgazione. Racconta il nostro tempo. Ma nel nostro Paese resta un'impresa ardua


L'interesse di un pubblico sempre molto giovane e un "serbatoio" inesauribile "di uomini e di idee" cui attingere per raccontare il nostro tempo fanno del teatro scientifico qualcosa che va ben al di là di una forma di divulgazione poco convenzionale.

Sul palco la scienza non "accende soltanto scintille intellettuali": è soprattutto emozione.

Eppure la mancanza di fondi e la poca considerazione degli addetti ai lavori rendono ancora problematica per il teatro di ispirazione scientifica l'affermazione della propria legittimità culturale.

Di questo ci ha parlato Luca Giberti, giovane regista che recentemente ha portato in scena in diversi teatri, tra cui lo Stabile di Genova e il Piccolo di Milano, le prime italiane di QED-Un giorno nella vita di Richard Feynman di Peter Parnell e Turing - Breaking the code di Hugh Whitemore.

Qual è il segreto per allestire un buon spettacolo di ispirazione scientifica?

Questa è una domanda senza risposta. Realizzare un buon spettacolo di teatro scientifico è complesso perché c'è un conflitto di interessi tra le esigenze di drammaturgia e quelle di rigore filologico. Per rispettare i contenuti scientifici occorre lavorare doppio. E' un po' come scrivere un romanzo storico: a patto che non si voglia realizzare un falso, in fase di scrittura serve un ottimo lavoro di ricerca.

Sicuramente non vedo differenze tra il teatro cosiddetto scientifico e quello tradizionale. La divisione netta è piuttosto tra buono e cattivo teatro. C'è sempre il rischio, da evitare, di annoiare il pubblico: bisogna avere presente che lo spettacolo è una creatura viva e cangiante. Il regista deve far sì che questa entità non muoia, anzi che esista con una personalità scolpita, sera dopo sera.
Realizzare uno spettacolo discreto è terribilmente difficile. E' senz'altro più agevole fare un buon film.

A cosa serve uno spettacolo teatrale e quale può essere la fortuna del filone scientifico a teatro?

Credo che sia un ottimo stimolo per accendere scintille a livello emotivo e intellettuale. Il teatro è magico perché rende sia la dimensione emotiva che quella estetica: può accadere che nello spazio di dieci battute si possa rivivere l'emozione di una scoperta. A teatro la scienza è il mondo delle idee e dei personaggi che le hanno partorite. In questo senso è una fonte ricchissima d'ispirazione.

Il bello del teatro di ispirazione scientifica è che esso può attingere a questo serbatoio di idee originali e di scoperte sulla natura che si arricchisce, senza sosta, giorno dopo giorno. Il Novecento, ad esempio, trabocca di idee nuove ancora poco conosciute dal grande pubblico, molte delle quali scaturite da contaminazioni tra diverse discipline, tra scienza e arte. Parlarne significa raccontare i cambiamenti del modo in cui vediamo la realtà. E questa, indubbiamente, non è poca cosa.

Crede che il teatro scientifico sia esportabile al di fuori dei circuiti dei grandi festival, come ad esempio quello di Genova?

Ormai il Festival della Scienza di Genova è un evento culturale di livello nazionale e dunque un'ottima vetrina. Anche se c'è molta copertura però, le recensioni degli spettacoli non finiscono quasi mai nelle pagine dedicate al teatro. Per acquistare maggiore visibilità sarà necessario passare sotto l'occhio dei critici.

Lei è riuscito a rappresentare due spettacoli di teatro scientifico che hanno avuto un buon successo. E' davvero così difficile portare in scena la scienza nel nostro Paese?

Io ho riscontrato segnali positivi. C'è curiosità e interesse nei confronti della scienza, e buona partecipazione agli spettacoli, soprattutto da parte dei giovani. Questo lascia ben sperare perché saranno proprio loro a garantire il necessario ricambio generazionale ad un pubblico molto anziano soprattutto nei teatri stabili.

Immagine #6
Una scena di Qed - Una giornata nella vita di Richard Feynman

Ho trovato un ambiente aperto e meno blindato di quello del cinema, anche se le nuove proposte, per quanto interessanti, fanno ancora fatica a trovare la visibilità che meriterebbero.
Purtroppo in Italia sono pochi gli autori che scrivono per il teatro, manca la comunità e il fare bottega come in passato.

Lei si è formato in Inghilterra, quali sono le differenze rispetto all'Italia?

Chi viene dall'estero è più avvantaggiato, riesce a fare carriera più rapidamente e gode di una prospettiva più ampia. In Inghilterra i tempi per andare in scena sono dimezzati perché tutto è più informale e per prendere un accordo spesso è sufficiente una stretta di mano. In Italia regna l'immobilismo e anche se il progetto piace, la frase tipica è: "Ottimo, ne parliamo tra un mese…"

Reperire dei finanziamenti inoltre è sempre problematico. Fare teatro è anche un discorso di impresa e in Italia non solo i fondi vengono dati a consuntivo, ma la troppa burocrazia e la complessità del fisco stritolano un produttore. Bisognerebbe favorire gli anticipi di credito perché chi non ha a disposizione i mezzi per partire di solito rischia di non partire affatto.

( 18 aprile 2007 )


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