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Master in Comunicazione della Scienza
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Racconto

Un museo molto speciale

Potrei saltare a piè pari 500 milioni di anni di evoluzione oppure passeggiare lungo il Cretaceo accanto ad Archaeropteryx e Oviraptor


A vederlo dall'esterno, l'imponente edificio dello Smithsonian Natural History Museum di Washington appare come un candido tempio pagano: una grande cupola centrale e alte colonne di pietra bianca. Un tempio moderno dedicato alla natura e alla sua evoluzione. Mentre salgo l'ampia scalinata, sento frusciare alle mie spalle le foglie cadute sul National Mall: la qualità del vento preannuncia un temporale. Varco il solenne portale d'ingresso e mi ritrovo davanti a un elefante a grandezza naturale, nel centro esatto di un enorme ottagono, un atrio lucido di marmi sotto un altissimo soffitto neoclassico. Mi guardo intorno, non c'è biglietteria: un'insegna a caratteri dorati avvisa che l'ingresso è gratuito.

Su ogni lato dell'atrio ottagonale s'apre una soglia: dalla mia prospettiva vedo diramarsi cammini trasversali, possibili percorsi attraverso ere e stadi evolutivi differenti. Potrei saltare a piè pari 500 milioni di anni di evoluzione per andare a trovare le tribù africane, oppure passeggiare accanto ad Archaeropteryx e Oviraptor lungo il Cretaceo, al limitare dell'era glaciale, consapevole della loro prossima fine. Scelgo di seguire il corso naturale del tempo e sulla destra mi affaccio sull'Early life, le prime testimonianze di vita terrestre.

L'atrio d'ingresso del museo (http://newsdesk.si.edu/photos/).
L'atrio d'ingresso del museo (http://newsdesk.si.edu/photos/nmnh_objects.htm)

Dalle ampie vetrine a parete, sotto la luce bianca dei faretti, fanno bella mostra di sé i fossili delle trilobiti. Ogni oggetto ha il suo spazio, una sorta di aura dove respirare e dalle profondità del tempo contribuire alla ricostruzione di una storia. È una sensazione immediata: ogni fossile sembra avere qualcosa da raccontare. Non avevo mai visto reliquie così antiche esprimere tanta vita. Dietro la scelta e l'esposizione di ciascuna c'è una regia accurata. I colori stessi delle pareti, in calde tonalità di terra e di cielo, esaltano gli oggetti in mostra. Le brevi e incisive didascalie polarizzano la mia attenzione, mi sento curiosa e piena di energie esplorative. Il mio cammino prosegue: in pochi minuti scorro porzioni di storia lunghe centinaia di migliaia di anni.

Nell'imboccare il tardo Mesozoico, per poco non mi scappa un urlo: appena poso gli occhi sul maestoso triceratopo, un improvviso e spaventoso fragore scuote le fondamenta del museo. Mi ci vuole un istante a stabilire che non è il ruggito della bestia estinta, bensì l'esordio del temporale. Mi sembra di sentire la pioggia battere sui muri esterni, in vigorose ondate scagliate dal vento.

La sala dei dinosauri dello Smithsonian (http://newsdesk.si.edu/photos/).
La sala dei dinosauri dello Smithsonian.

La sala che ho davanti è dominata dagli scheletri giganteschi dei dinosauri: in gran parte ossa autentiche, ritrovate in diversi continenti. Mi avvicino per leggere le didascalie, ma d'un tratto è il buio. L'impianto elettrico dev'essere saltato. Ma com'è possibile che non si attivi quello d'emergenza? Attendo qualche istante, convinta che l'illuminazione stia per essere ripristinata. Il frastuono del temporale che infuria si fa più intenso.

Lentamente gli occhi si abituano all'oscurità: davanti a me si staglia la grande sagoma del Tyrannosaurus rex, la sua ragguardevole ferocia per nulla intaccata né dal tempo né dall'era glaciale. Quando si risvegliò, il dinosauro era ancora lì. Un improvviso squarcio di luce e in frazioni di secondo colgo lungo le pareti il rapidissimo avanzare di ombre enormi e mostruose. Ho appena il tempo di riconoscere uno pteranodonte e una coppia di Velociraptor, e mi ritrovo di nuovo al buio, in un fragore di tuono.

Trascorro ancora qualche minuto, immobile, davanti a Rex. Comincio a essere meno ottimista, non ci sono segni che la luce elettrica stia per tornare. Guardo il lunghissimo collo del gigantesco diplodoco: il placido animale se ne sta in vigile attesa. Mi decido a proseguire. A un certo punto mi sembra di essere approdata alla sezione degli antichi oceani: un altro lampo e giurerei d'aver visto navigare sulle pareti ittiosauri ed elefantiaci rettili marini, come in un bizzarro acquario mesozoico. Avanzo con cautela, attenta a non finire nell'addome di qualche alligatore ancestrale.

Tutt'a un tratto mi ritrovo in un'oscurità più intensa. Continuo a camminare con le braccia protese avanti. Se qualcuno potesse vedermi, sembrerei un'anacronistica sonnambula, persa tra Cambriano e Cretaceo. A dirla tutta, ho la sensazione di star attraversando l'era glaciale, ma non posso esserne sicura.

Saranno passati poco più di venti minuti da quando è andata via la luce, eppure mi sembra di aver già subito un'evoluzione: i miei sensi si sono acuiti e comincio a orientarmi senza bisogno degli occhi. Percepisco odore di pioggia e un lievissimo soffio d'aria fresca provenire dalla mia sinistra: come un Sioux sulle tracce di un bisonte, annuso in giro, tendo le orecchie, presto attenzione ai segni. È questione di istanti e dopo un lungo corridoio mi ritrovo sotto il ventre enorme di una balena. È fatta! In fondo alla sala intravedo l'atrio ottagonale.

La sala dedicata all'oceano (http://newsdesk.si.edu/photos/).
La sala dedicata all'oceano.

Nell'uscire dal portale dell'edificio, invece che l'obelisco del Washington Monument, mi ritrovo a fissare lo schermo del mio computer. Fuori della mia finestra imperversa quel che resta di un violento temporale. Il sito web dello Smithsonian mi avvisa che il tour virtuale nelle sale del museo è giunto al termine. Le emozioni che provai quando le visitai dal vivo, due anni fa, sono riaffiorate mentre guardavo questi video 3D ad alta risoluzione: ossa di dinosauro e trilobiti digitalizzate, la pre-preistoria che s'affaccia alle finestre del web. Quanti ordini di rappresentazione! Una realtà virtuale che mostra la ricostruzione scientifica di un mondo estinto. Eppure il gioco è riuscito: la solitudine della rete, così insolita per un museo, ha ridato vita ai miei ricordi.

( 04 agosto 2009 )


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