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Opinione

Raccontare la scienza, anche agli scienziati

Per Fred Pearce, firma di punta del New Scientist, un buon reporter deve parlare dei conflitti, non solo delle scoperte. È come costruire un puzzle. E i ricercatori devono ascoltare le altre voci, a partire dalle inchieste ambientali


"Per fare del buon giornalismo scientifico non è sufficiente intervistare gli scienziati, bisogna raccontare delle storie". Fred Pearce, firma di punta della rivista New Scientist, nominato nel 2001 giornalista ambientale dell'anno in Gran Bretagna, la pensa così. L'autore del bestseller "Un pianeta senz'acqua", inchiesta sulla crisi idrica mondiale, ci ha parlato del ruolo del reporter di scienza a margine dell'incontro a Roma "Lezioni di giornalismo", promosso dalla Fondazione Musica per Roma e Internazionale.

Non basta occuparsi di medicina, ambiente, astronomia o tecnologia per definirsi giornalisti scientifici?

È più complesso di così. Ci sono colleghi che raccontano la scienza come lo farebbero gli scienziati: singole ricerche, singole scoperte o singoli ricercatori.

Tralasciano quella che è la parte più interessante di questo lavoro: raccogliere le scoperte nelle diverse discipline, anche quelle tra loro distanti, metterle insieme per costruire un quadro completo.

Fare giornalismo scientifico è come mettere insieme i pezzi di un puzzle; ognuno è indispensabile affinché l'immagine finale sia chiara e sensata.

Concretamente, come si fa?

Bisogna tenere a mente che la scienza non è solo una questione astratta di teorie e ipotesi. L'impresa scientifica è fatta anche e soprattutto di personalità, carriere, reputazioni da difendere, ego smisurati e aspri conflitti.

Credo si debba partire proprio dal raccontare i conflitti interni alla scienza, soprattutto quando la posta in gioco è un premio Nobel, la perdita di finanziamenti o la fine di una carriera.

Bisogna capire quali sono gli interessi alla base di queste battaglie, spiegare le ragioni che si nascondono dietro a dispute di cui quella scientifica è solo una delle componenti in gioco. Spesso nemmeno la più importante.

Fred Pearce
Fred Pearce

Il compito di noi giornalisti è quello di andare oltre gli scienziati. Siamo liberi, possiamo essere interdisciplinari e sorprendere sia i nostri lettori che gli stessi scienziati.

È un'idea di giornalismo lontanissima dal concetto di "divulgazione", che si riduce a tradurre le cose difficili in parole semplici per il grande pubblico.

Questo è un punto chiave. Credo che uno dei ruoli del buon giornalismo scientifico sia quello di comunicare ciò che fanno gli scienziati non solo a un pubblico generico, ma anche e soprattutto agli scienziati stessi. Li considero una parte importante del mio pubblico.

Mi occupo di cambiamenti climatici da diciotto anni. Ho scritto di scienza per gli ambientalisti e di ambiente per gli scienziati. Ho sempre cercato da un lato di portare una visione scientifica nel dibattito ambientalista, dall'altro di convincere gli scienziati del perché hanno bisogno di comprendere a fondo le preoccupazioni degli ambientalisti.

Ha scritto una dozzina di libri sulla crisi idrica e i cambiamenti climatici. Che idea si è fatto di questi temi?

Un aspetto che mi ha molto colpito è quello dei toni usati dai vari attori in gioco. Sono stati gli scienziati a usare il linguaggio più forte e drammatico, non i gruppi ambientalisti come Greenpeace. E a farlo con maggiore radicalità non sono stati i giovani ricercatori in cerca di pubblicità, ma i professori più anziani con la reputazione più solida. Questo dovrebbe dirci qualcosa sulla gravità di quel che sta accadendo.

Con quale approccio affronta il dibattito sui cambiamenti climatici?

Cerco di non prendere posizione. Preferisco investigare anziché fare campagne. Non sono un ambientalista, non so se la tecnologia basterà ad arginare i cambiamenti climatici o se saranno necessari dei cambiamenti radicali nel nostro modo di vivere.

Non conosco le risposte, ma proprio questa mancanza di certezze mi aiuta a raccontare i dibattiti in modo approfondito. Se conoscessi già le risposte sarei probabilmente un cattivo reporter. Questo però non significa che ogni posizione in campo abbia lo stesso valore.

Un articolo equilibrato non dovrebbe riportare più campane?

Più che di equilibrio, a volte si tratta di equilibrismo. Molti giornalisti hanno ritenuto corretto dare ampio spazio alle voci fuori dal coro, anche se si trattava di minoranze scettiche sul cambiamento climatico. Nonostante ci fosse accordo quasi unanime nella comunità scientifica, molti colleghi hanno dato ampia voce a isolate voci fuori dal coro, presentando a lungo la questione come aperta o dibattuta.

In questo modo non hanno fatto un buon servizio ai loro lettori. Questo non è un vero equilibrio, non è un modo né onesto né corretto per riportare il tema dei cambiamenti climatici e le questioni scientifiche in generale.

( 11 luglio 2008 )


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