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Quando la morte è il male minore

Dopo il verdetto su Eluana. Non sempre la medicina può curare. In alcuni casi è meglio deporre le armi. Ma non chiamatela eutanasia


"La morte arriva per tutti", afferma Iona Heath, medico e autrice di Modi di morire (Bollati Boringhieri, 2008), "ma la medicina può essere molto efficace nel ritardarla. Questo ci spinge a riporvi un'eccessiva fiducia".

In un periodo in cui si parla molto di eutanasia, accanimento terapeutico e testamento biologico a causa del caso di Eluana Englaro, che richiamano alla memoria le vicende di Terri Schiavo o Piergiorgio Welby, lentamente si insinua una nuova prospettiva sul processo del morire.

In questa visione, la medicina si arrende a ciò che è inevitabile. Non cerca di combattere la morte a ogni costo, ma di seguire il naturale corso degli eventi, sostenendo il malato nell'ultimo periodo della sua vita. Alcuni la chiamano 'slow medicine'.

Una lotta contro il tempo, senza miracoli

"Il medico ha sempre avuto un importante ruolo per i morenti", sottolinea Heath, "una sorta di testimone, a causa della sua familiarità con il decesso". Grazie ai progressi della tecnologia, però, questo incarico è considerevolmente cambiato.

Dalla pratica clinica, infatti, si aspetta il miracolo. E, quando la salvezza non viene garantita, la responsabilità del decesso appartiene allo specialista, che avrà sicuramente sbagliato qualcosa. Anche ai suoi stessi occhi.

Morte e vita di Gustav Klimt
Morte e vita di Gustav Klimt

La morte nella nostra società è rinnegata, inaccettabile. E la medicina si adegua, lottando contro il tempo e la malattia, per cercare di soddisfare l'aspettativa comune: una vita che non avrà mai fine. Ma i nostri limiti biologici non possono essere superati, almeno per ora, e questa lotta, a colpi di esami e terapie, può danneggiare la persona più della malattia stessa.

"Mentre in Kenya i pazienti associano il loro desiderio di morire alla cessazione della sofferenza", nota Heath, "in Scozia dicono di non poterne più degli effetti secondari del trattamento medico".

La meta è certa, rallentiamo

Una sottocultura che si oppone a questo approccio incalzante inizia a farsi strada nel mondo anglosassone. Con un termine che richiama lo slow food, è stata chiamata slow medicine. La medicina prende tempo e smette di lottare contro la malattia.

Se un paziente non ha più speranze, il medico depone le armi. E si sforza per ottenere una maggiore qualità della vita, anziché un'irraggiungibile guarigione. Evita esami e terapie che renderebbero ben peggiore gli ultimi mesi o anni di vita di un malato terminale. In sostanza: sceglie il male minore.

Ma non si tratta di eutanasia. Rendere l'ultimo periodo della vita di un paziente degno di essere vissuto, infatti, non implica necessariamente cercare di anticipare la morte. Solo accettarla come inevitabile e prepararsi ad affrontarla.

Una maggiore qualità della vita, per la slow medicine, significa assistenza medica e assenza del dolore, grazie alle cure palliative, ma anche sostegno psicologico per il malato e i suoi familiari. Questo avviene negli hospice, luoghi in cui una persona può trascorrere i suoi ultimi giorni in un ambiente 'protetto. "Il controllo della situazione", afferma Giuseppe Casale, medico palliativista dell'Hospice Antea di Roma, "torna a essere nelle mani del paziente e non in quelle del medico".

Il vantaggio di una prospettiva meno incalzante, inoltre, ha anche un riscontro economico. "Dedicare più attenzione al malato terminale come persona e garantirgli l'assenza del dolore", sottolinea Casale, "costa quattro volte di meno che accanirsi nel cercare una guarigione che non sarà comunque possibile".

L'ultimo messaggio: accettate la morte

Alcune volte gli hospice diventano anche centri di cultura. Le iniziative promosse dai singoli centri sono diverse: si tratta in gran parte di seminari formativi, ma alcuni propongono spettacoli teatrali e concerti aperti a tutti. Non c'è dubbio che questi eventi possano servire a raccogliere fondi e promuovere le strutture stesse, ma forse, grazie all'apertura nei confronti della cittadinanza, potrebbero stimolare un piccolo cambiamento culturale.

"Una delle misure del successo di una prospettiva meno timorosa sulla morte", conclude Heath, "sarebbe vedere un numero maggiore di bambini a un funerale". Una cultura che teme meno l'avvicinarsi dell'ultimo respiro, che non allontana la morte e non la etichetta come un evento eccezionale e innaturale.

( 18 novembre 2008 )


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