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Pescare meno, pescare tutti

Stiamo svuotando gli oceani. La sfida è coinvolgere direttamente chi vive di pesca


Il gruppo statunitense Nature Conservancy, organizzazione conservazionista tra le più seguite, mostra in un recente rapporto che è possibile coinvolgere le popolazioni locali di pescatori nella lotta contro la pesca eccessiva.

Scienziati e organizzazioni ambientaliste da anni lanciano l'allarme sullo spopolamento dei mari. E la soluzione che propongono è spesso unica: pescare meno.

Ma ricerche e appelli rischiano di restare carta morta senza l'appoggio dei pescatori. Il trucco, spiegano quelli di Nature Conservancy, è invitarli al tavolo dove si prendono le decisioni e tenere conto delle loro priorità.

Quattro casi esemplari

Nel rapporto, alla cui realizzazione hanno collaborato il governo australiano, l'Università Vrije di Amsterdam, il Wwf indonesiano e Ong e università vicine alle località studiate, si concentra su quattro aree marine protette nella parte asiatica dell'Oceano Pacifico: nelle isole Fiji, nelle isole Salomone, in Indonesia e nelle Filippine.

È qui che gli esperti hanno constatato un più forte miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni locali: "volevamo identificare quei fattori cruciali per il successo che possano essere riutilizzati altrove", dice Craig Leisher, uno degli autori del rapporto.

Hanno trovato che è la partecipazione a fare la differenza: in tutti e quattro i siti studiati sono stati istituiti nuovi meccanismi amministrativi per gestire le aree marine protette coinvolgendo le comunità nel processo decisionale e nella fruizione dei benefici.

(Fonte: www.nature.org, courtesy of The Nature Conservancy, ©Gertjan Zwanikken)
Un capo villaggio appoggia la costruzione di aree marine protette (Fonte: www.nature.org, courtesy of The Nature Conservancy, ©Gertjan Zwanikken)

A Navaku, nelle Fiji, e nell'isola di Apo, nelle Filippine, le reti ora si riempiono dei pesci che escono dall'area protetta, di nuovo affollata di vita. "Per la gente è come una banca", racconta un capo comunità fijiano.

A Bunaken, in Indonesia, nuovi bagni pubblici e cisterne per l'acqua sono stati pagati con i guadagni provenienti dal rinvigorito turismo subacqueo nei rigogliosi fondali dell'area protetta.

Visti i riscontri, il 95% degli intervistati tra le popolazioni locali è favorevole a mantenere le zone protette.

Serata al cinema in Oregon (seguirà dibattito)

Un altro studio, pubblicato all'inizio del 2007 dal Center for social media dell'American University, ci porta sul lato opposto dell'Oceano Pacifico, sulle coste dell'Oregon nel nord degli Stati Uniti. I pescatori non volevano sentire parlare di aree marine protette e di un governo che gli imponesse dove dovevano gettare le reti.

Per far ripartire la discussione, Karen e Ralf Meyer, cineasti da sempre attenti alle questioni ecologiche e sociali, producono il documentario Common Ground.

Port Orford, Oregon: serata da tutto esaurito (Fonte: www.centerforsocialmedia.org)
Port Orford, Oregon: serata da tutto esaurito (Fonte: www.centerforsocialmedia.org, ©Green Fire Productions)

È solo l'inizio: i Meyer organizzano proiezioni nei principali centri della costa e dello stato. Invitano tutti quelli che hanno interessi in gioco nella vicenda: dai rappresentati del governo, agli scienziati, a chi si occupa della gestione di risorse ambientali, ai conservazionisti e ai pescatori, anche quelli più oltranzisti.

Alla fine del 2006, più di duemila persone hanno visto il film. Grazie alla posta elettronica si crea una rete di persone interessate al problema. A Port Orford i pescatori fondano il gruppo Ocean Resource Team e, pochi mesi dopo la proiezione, sono loro stessi a presentare una mappa di possibili aree da dichiarare protette e a raccogliere fondi per l'autogestione di risorse marine, pesci e banchi di coralli.

Un fronte d'onda che si allarga

Dalla Florida al Kenya, dal Mar Rosso alla Nuova Zelanda fino al Golfo di Castellammare in Sicilia, l'esperienza mostra che difendere tratti di mare dal sovrasfruttamento aumenta il pescato nelle zone vicine. E in tutti questi casi sembra indispensabile il sì dell'industria della pesca.

A Lira, porto spagnolo sulla costa atlantica, i pescatori non hanno neppure aspettato che si tentasse di convincerli: da quattro anni stanno lavorando per poter gestire in proprio una riserva al largo delle loro coste. Il pesce sarà certificato come proveniente da pesca sostenibile, un'etichetta sempre più richiesta dai grossisti. E una nuova possibilità per il consumatore attento di votare facendo la spesa.

( 09 aprile 2008 )


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