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Il podcast del giornale del Master in Comunicazione della Scienza, Sissa
Master in Comunicazione della Scienza
Journal of Science Communication
Innovations in the Communication of Science

Racconto

Dal ciclo al ciclotrone

"... Avrei voluto fare lo scienziato, ma scoprire qualcosa era più duro che scalare lo Stelvio. Avrei voluto fare il giornalista, ma trovare lavoro era più difficile che scendere i dirupi a cent'all'ora."


Era la quindicesima tappa del Giro d'Italia numero novantadieci. La Novara – Novartis di centochissaquanti chilometri. Arrancavo al centro del plotone su una salita sconosciuta a metà percorso. D'un tratto la strada s'impennò e man mano che sentivo perdere le forze il gruppo si assottigliava, s'allungava, s'allontanava verso l'alto rispetto a me. Più la pendenza si faceva impervia più cercavo le energie dove non erano. Il corpo non rispondeva più agli impulsi del cervello e si dimenava in cerca di una libertà che non avrebbe mai avuto. Mi alzavo sui pedali e cominciavo a sbuffare en danseuse. A ogni tornante la gente al ciglio della strada batteva le mani scandendo gli incitamenti: - Hop hop hop hop… Oppenheimer!
Nonostante gli incoraggiamenti non sentivo più le gambe, ma tenevo duro perché ero ancora in compagnia di un po' di corridori. Accanto a me, faccia da squalo della finanza, soffriva Robert Venter, detto Al da quando a inizio carriera, notate le sue doti di speculatore delle forze altrui, il gruppo gli si era ribellato contro urlandogli: - Spalanca le finester e vai al venter, rolla li garùn al venter, Venter, tira un po' anche tu!
A ripetere il ritornello ogni volta che voleva insolentirlo era soprattutto Girardengo, quello della costante secondo la quale se non eccelli almeno su un terreno puoi scordarti di vincere anche la coppa del nonno. Ed era la costante di Girardengo che mi opprimeva in quegli attimi. Sapevo e sentivo di non avere né lo spunto potente del velocista, né l'agilità dello scalatore. Né tantomeno l'abnegazione del passista se era vero che il giorno prima, sincrotronizzati gli orologi, avevo accusato più di dieci minuti in una tappa a cronometro liscia come un biliardo.


Incontri ravvicinati del terzo ciclo

E quel giorno ero lì, mediocre a centrogruppo, né carne né pesce. Avrei voluto fare lo scienziato, ma scoprire qualcosa era più duro che scalare lo Stelvio. Avrei voluto fare il giornalista, ma trovare lavoro era più difficile che scendere i dirupi a cent'all'ora.
L'unica cosa che mi rincuorava in quel momento era che nel mio gruppetto c'era anche Till, un vecchio borioso che ogni tanto prendeva la cotta e veniva su con noi come un pesce slabbrato dalle molte libbre.
Invece il fastidio alle gambe era acuito da quello mentale. La constatazione che il romanticismo del ciclismo era finito mi provocava maggior sudorazione, conseguente carenza di liquidi e pressoché costante coscienza d'impotenza. Noi, pionieri che inforcammo la bicicletta convinti che i tifosi del ciclismo erano diversi da quelli del calcio, dovevamo cominciare a ricrederci. Non erano già più i tempi in cui la gente sospingeva le libellule leggiadre fino in vetta e spingeva i coleotteri appesantiti dal loro carico d'adipe con egual passione. Quel giorno, all'ennesimo tornante, spuntò questo striscione trafugato da una curva di stadio: "Alex Keplero? Se vedemo doping, all'arrivo… dei Nas!"
Voleva dire che anche nel ciclismo erano comparse le fazioni incapaci di ascoltarsi e buone solo a inveirsi contro. Proprio come il dibattito tra fautori e denigratori dell'idrogeno!
Già, l'idrogeno. Allora: è il rimedio all'inquinamento o la bufala del secolo? Sbrigatevi a rispondere perché io mi sono stufato di respirare ogni giorno i gas di scarico emessi dalla mia ammiraglia. Ah già, ma voi scienziati, rinchiusi nella vostra torre d'avorio, avete ancora una concezione romantica del ciclismo. Le due ruote come sport ecologico che viene fatto soltanto utilizzando le energie del proprio corpo. E bravi! Non lo sapete, dall'alto della vostra scienza, che per ogni benedetto corridore che s'iscrive a una corsa c'è una maledetta berlina che contiene dieci telai, cento tubolari, la museum insel, il tiergarten, unter den linden, la brandeburger tor, il rathaus, il kurfurstendamm, la spree e il reichstag tutti nel bagagliaio?
Immalinconito dal progresso regressivo del tifo e dal regresso progressivo della scienza, presi un bel respiro e abbozzai uno scatto che ben presto s'infiacchì in allungo e poi in trotto più volte rotto nella sua cadenza. Tra le costole della montagna riecheggiava radiocorsa che narrava la successione degli scatti.
Il primo ad accendere la miccia era stato Charly Gauss, un potente scalatore in grado di attaccare le curve come uno stambecco, di arrotondare come il vento le vette più aguzze e di planare come un falco verso la pianura. Al suo scatto imperioso aveva risposto Eddy Merck, bulimico cacciatore di premi neanche fosse una casa farmaceutica. Per questo motivo era detto il cannibale, ma stava aspettando che le controanalisi smentissero la presenza nelle sue urine del prione responsabile del kuru, una malattia simile alla mucca pazza. Alla sua ruota, apparentemente senza sforzo, si era portato anche Richard Pascal, calcolatore attento a non disperdere mai una goccia di sudore più del dovuto. Agile al suo fianco danzava Lance Angstrom, col volto di spettro e la sua mania di allenarsi in modo tecnologico, anzi, nanotecnologico, mentre Marco Pievani, con ancora la bandana sul cranio calvo, attendeva impaziente di contrattaccare.


Sogno o son desktop?

A qualche centimetro di distanza, come suo solito, sornione pedalava Henry Lavoisier, detto coulomb blanche, la colomba bianca. Stava a significare che se partiva ti potevi mettere l'anima in pace. L'avresti rivisto in albergo.
A pochi secondi di distanza dalla testa della corsa si era formato un drappello di inseguitori fra cuiLaszlo Szilard, campione magiaro dal fisico pannone e la forza di un cannone, Thierry Curie, detto il radioattivo per la sua attitudine a non decadere mai in classifica, e François Barnard, che quando era in forma col suo ritmo ti faceva scoppiare il cuore. Anche se poi prometteva di trapiantartelo.
Qualche tornante sopra di me ansimava un drappello eterogeneo in cui figuravano anche Udo Boltzmann e Laurent D'Alembert. Il primo era chiamato l'entropico dai telecronisti sempre in cerca di nomignoli da consegnare alla storia. Perché era sempre il primo a scattare mentre gli altri stavano ancora rodando i muscoli dopo la nottata e i massaggi della sera prima. In questo modo esaltava le radio al seguito, faceva impazzire i tifosi e le televisioni che sin da subito vedevano la 'bagarre', ma alla fine svuotava i propri polmoni e arrancava nelle retrovie. Più che entropico era un confusionario. D'Alembert, dal canto suo, era uno dei più imperscrutabili abitanti del plotone. Non vinceva mai, ma una volta in stanza redigeva le classifiche e i piazzamenti delle tappe. Non era compito suo, ovvio, ma diceva che era un modo per allentare la tensione e pensare ad altro. Per esempio all'enciclopedia del ciclismo, una sorta di futura evoluzione del misero almanacco, ma cercava di continuo un Diderot con cui collaborare.
Io, invece, ero insabbiato molti metri più indietro, ma rimanevo a galla grazie alla presenza filosofica di Reinhold Meitner, vecchio scalatore di grande esperienza che ormai scorrazzava per le Alpi in modo, diceva, da poterle studiare e un giorno proteggerle. Era sempre terrorizzato dall'idea che potessero scindersi come l'atomo. Quando mi stancai di sentirlo parlare gli dissi:
- Perché non risparmi il fiato per correre? Arriveresti più avanti… se hai voglia di parlare con te stesso perché non te ne vai con gli sherpa sull'Himalaya?
Mi rispose che c'era già stato più volte e allora, come altre volte, lo piantai lì e giunsi a intravedere lo striscione che campeggiava sopra al gran premio della montagna: "Everlasting glory to those who Darwin". Eterna gloria a coloro che osano vincere.
Fu un'iniezione di fiducia perché sapevo che vincere vuol dire arrivare in cima. Non importa in che posizione o con quale acconciatura, l'importante era giungere in vetta con le proprie forze.
Scollinai insieme a Gianni Buñuel, un borghese dal fascino discreto che teneva un approccio surrealista all'agonismo. Con lui ci gettammo in picchiata per riprendere il gruppo di testa, ma alla terza o quarta curva sbagliammo strada. Il sentiero era bello, ma la gente non era ai bordi e il brusio della carovana isterica pareva allontanarsi come i sogni di vittoria. Un contadino ci vide da lontano e si piazzò in mezzo all'asfalto. Quando fummo abbastanza lenti da poterci fermare alzò la vanga e ingiunse: - Fermilab!
Gianni chiese: - Che Cern? Perché ci hai fermat?
- Di qui – rispose il contadino - principiate la contrada che al secondo girotondo porta alla fattoria.
Gianni Buñuel non esitò: - Quella degli animali di Orwell dove nel 1984 fiorirà l'aspidistra in omaggio alla Catalogna?
Il contadino, basito, spalancò la bocca e lasciò cadere la vanga.
Gianni Buñuel si volse verso di me e con fare rassegnato disse: - Torniamo indietro. Questo mi ha scambiato per Orson Wells.
- Chi? – chiesi sorpreso.
- H. G. Wells, quello della Macchina del tempo!
- Scusa, ma unn'era Cecchi Paone?
- Lascia perdere. Vedrai che già Miguel e Paco lanciàno l'inseguimento.
Per un attimo ragionai e pensai che se le droghe ti fanno vincere le gare, alla fine ti fanno perdere il cervello.


H.G.Wells, tra i più grandi scrittori di fantascienza

Ci ricongiungemmo col gruppo a dieci chilometri dal traguardo, proprio mentre cominciavano le manovre per la volata finale. La velocità aumentò, il gruppo s'allungò e io fui costretto a usare il rapporto Maiorana, quello che garantiva almeno quindici metri a pedalata.
Eccitato dal lungo inseguimento e dall'adrenalina che ti prende quando l'agonia dell'agonismo sale alle stelle, decisi per la prima volta nella mia carriera di competere per la vittoria. Sapevo che il testosterone circolava nel mio sangue a livelli mai visti prima e che, quindi, avevo una marcia in più.
Potevo farcela. Chinai il capo e spinsi con tutta la forza che avevo in corpo, ma all'improvviso il buio calò su di me. Penso che fosse solo un istante, giacché riaprii gli occhi e rimasi accecato dalla potenza con cui i velocisti avevano condotto lo sprint. Sembravano spinti da un acceleratore di particelle. Accidenti come si sono evolute le droghe negli ultimi mesi!
E sì che anch'io non sono tra i più pilonati in volata e non mi faccio mancare i cocktails di farmaci giusti.
Richinai il capo a circa 50 metri dal traguardo e già la televisione comunicava al mondo l'ordine d'arrivo.


Acceleratori di particelle al traguardo

Primo Bosone d'Higgs, detto particella di Dio, perché al chilometro zero gli piaceva recitare brevemente la parte del Signore ne "La passione" di Mel Gibson. Spesso c'era chi obiettava che in quel film nessuno fa Dio, ma tanto lui alternava il latino all'aramaico e nessuno lo capiva.
Secondo Jimmy Gluone, eterno piazzato, mai vincente, ma sempre incollato al tubolare del vincitore.
Terzo Mario Neutroni, ex stella del firmamento ciclistico, ormai ridotto a fare le volate compattato e ingobbito sul telaio e a narrare alle televisioni le meraviglie della sua luminosa carriera.
Quarto Roman Einsteins, lettone dal cognome ingombrante ma dal successo relativo.
Quinto Bruno Neutrini, campione capace d'infilarsi fra le maglie del gruppo con una leggerezza intoccabile. Di lui si narra che in una giornata di nebbia e pioggia abbia tagliato per primo il traguardo, ma siccome la fotocellula non l'ha rilevato sia stato retrocesso all'ultimo posto.
Sesto Mimmo Muoni e questo dev'essere l'ultimo arrivato perché nemmeno io so chi sia.
Quando rialzai gli occhi, il sole al tramonto mi accecò di nuovo, o forse erano i mille altri dietro. Mille soli o mille corridori soli dietro a me?
Tagliai il traguardo consunto nel corpo e nell'anima e, prima di gettarmi esausto a terra, mi voltai.
Penultimo.
Dietro di me, sorridente, Enrico Fermi.

( 10 aprile 2007 )


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