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Opinione

Contro la terapia

Quello che il teatro può fare. Il regista Maurizio Lupinelli racconta il suo Marat-Sade


"Grazie al teatro i disabili si scatenano, liberandosi dai vincoli tradizionali, anche da quelli della terapia. In un certo senso, è come aprire i manicomi una seconda volta".

Maurizio Lupinelli, attore e regista, lavora con la Compagnia delle Albe e dal 1991 conduce la Non-scuola, un'esperienza teatrale che coinvolge i ragazzi delle scuole superiori di Ravenna. Ha una grande esperienza di lavoro con ragazzi portatori di handicap fisici e psichici.

Lo scorso maggio è approdato a Milano con Marat, uno spettacolo che mette in scena oltre sessanta attori, dei quali quaranta disabili. L'evento si è svolto presso il Teatro La Cucina: uno spazio ricavato dalla vecchia mensa dell'ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, e sarà replicato il 10 gennaio 2009 al Teatro civico di La Spezia.

Partiamo dal testo: perché il Marat-Sade, che già il regista campano Armando Punzo aveva messo in scena nel 1993 con i detenuti del carcere di Volterra?

La mia lettura del Marat-Sade è molto libera: del testo originale ho tenuto solo alcuni spunti, tra cui l'ambientazione – il manicomio in cui era detenuto il marchese De Sade – e gli scontri tra le guardie e i pazienti. Lo spettacolo poi è stato interamente riscritto a partire dalle improvvisazioni degli attori.

Foto di Giovanni Mocchi
Le grida di malcontento dei pazienti-rivoluzionari: "Marat, siamo ridotti pelle e ossa. Siamo stanchi di sgobbare e tessere: dacci, Marat, il promesso benessere". (Foto di Giovanni Mocchi)

Il dramma di Peter Weiss nasce nel 1964, un periodo in cui già ribollivano i temi del '68: ci si occupava tantissimo della sofferenza e della follia. Per me era una scommessa: creare uno spettacolo che parlasse di loro, ma senza porli nel vivo della loro sofferenza, del loro essere diversi.
Volevo che il dolore venisse fuori dal comico e dal grottesco. In questo modo ho cercato di sfuggire alla retorica del messaggio politico e sociale e ho impostato un rapporto più vivo con i ragazzi.

Che metodo di lavoro avete seguito?

Quello del gioco e dell'improvvisazione. Niente è stato deciso a tavolino: abbiamo realizzato lo spettacolo tutti insieme, con lunghissime prove.
E improvvisavamo anche durante lo spettacolo, che è pieno di ribaltamenti: prima i poliziotti fanno carica sui pazienti, poi le parti si invertono. Il fatto stesso di recitare in un ex manicomio contribuisce a creare un forte effetto teatrale.

Che tipo di relazione si instaura grazie al gioco?

Il gioco è fondamentale perché allenta la tensione e crea un rapporto di vicinanza emotiva con gli attori. E in più diverte.
Il mio rapporto con i ragazzi era molto trasparente: potevo chiedere loro tantissimo, siamo arrivati perfino a insultarci. Ma tra noi non c'era nessuno schermo, nessun imbarazzo. Io li trattavo per quello che sono e loro facevano altrettanto con me.
Durante le prove li ho massacrati, ma alla fine i ragazzi erano felici, realizzati.

La Marsigliese

Non condivido il lavoro di quei registi che, trattando il disagio, lo spingono fino all'estremo per impressionare lo spettatore. Davanti al mio lavoro si perde la consapevolezza di avere di fronte dei ragazzi disabili: ciò che conta è l'opera. Questa è la forza del teatro.

Come può il teatro riuscire a rendere quest'emozione?

Non è una peculiarità del teatro, ma di un certo modo di intenderlo. Mi è capitato di assistere alle rappresentazioni teatrali organizzate con i ragazzi di alcune case di cura.
Gli educatori li facevano mettere nella posa del fiore, del cavallo… In questo modo i ragazzi risultavano ancora più disabili: era disarmante.

Foto di Laura Russo
Gli scontri tra le guardie - impersonate dagli allievi della Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi - e i pazienti. (Foto di Laura Russo)

Spesso i centri adottano una strategia che intende semplicemente ammansire i ragazzi.
La scansione regolare delle giornate e delle settimane – pur nella ricchezza delle attività proposte – li rinchiude in una nuova prigione.
Questo era anche il dilemma di Franco Basaglia, verso la fine della sua vita. Il teatro invece scatena i ragazzi: è come un'onda barbara, dionisiaca. L'avevano capito già nell'antica Grecia. E il misto di tragico e di felicità che emerge dalla rappresentazione è ciò che spiazza la gente.

( 14 dicembre 2008 )


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