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Recensione

Chernobyl di cosa nostra

"Biùtiful cauntri", di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio, Peppe Ruggiero (Italia, 2007, 82 minuti)


In Italia è uscito, alla chetichella, in 20 sale, inseguito da minacce di denuncia dell'Associazione nazionale allevatori specie bufalina. Ma la rivincita è arrivata dal circuito dei festival. Ha vinto in agosto il premio "Ambiente e legalità" di Legambiente, dopo essersi già conquistata la menzione speciale all'ultimo Torino Film Festival. E all'estero, ha raccolto successi ai festival di Rotterdam, Monaco e Londra.

Nella tradizione del cinéma vérité, il documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio – che ha parlato ai microfoni di Mr.Pod – e Peppe Ruggiero, ora disponibile in libreria in un dvd pubblicato da Rizzoli, non sovrappone un racconto alle voci dei suoi protagonisti, ma lascia parlare le immagini e i protagonisti delle vicende.

La camorra e il business dei rifiuti

La storia comincia il 23 novembre 1980, quando con il terremoto in Irpinia e in Basilicata si apre per la camorra l'enorme affare della ricostruzione. Le attività estrattive illegali lasciano enormi voragini nel territorio, e la malavita scopre che c'è da guadagnare a non lasciarle vuote: è il ciclo del cemento e dei rifiuti.

Immagine #1
La famiglia Gerlando, allevatori di pecore ad Acerra. "Vennero da noi e ci dissero che le nostre pecore erano positive per la diossina"

Nelle cave finisce "una montagna di porcheria", come dice al telefono un industriale del Nord che non sa d'essere intercettato: polveri di abbattimento dei fumi da impianti siderurgici, scarti di lavorazione delle industrie automobilistiche e conciarie, residui di amianto, cadmio, alluminio, arsenico. I rifiuti tossici si trasformano anche in compost, fertilizzante di qualità, e "terricciato per ricopertura e ricomposizione ambientale".

"Una Chernobyl tutta italiana, che fa più morti lente nel tempo che qualsiasi fenomeno criminale" dice, durante il film, Donato Ceglie, sostituto procuratore di Santa Maria Capua Vetere.

La diossina e le pecore di Acerra

Il film sfiora molte storie. Ma è in quella privata di due famiglie di allevatori di Acerra e nella carne martoriata dei loro greggi che si concentrano 28 anni di crimini ambientali, 14 anni di emergenza e commissariamento.

Immagine #2
Un agnello solo nel recinto dopo che il gregge è stato abbattuto. "Non vanno neanche vendute al macello. Non abbiamo pecore, abbiamo bidoni tossici"

Tra i camini d'acciaio dell'inceneritore in costruzione e il vecchio stabilimento Montefibre, cumuli di fanghi inquinati si riversano nei fossi per l'irrigazione. Gli allevatori hanno una conoscenza vissuta, che tiene testa al silenzio delle autorità.

"Nel 1995-96 la fabbrica è scoppiata quattro volte. Gli operai del pronto soccorso buttavano l'acqua bollente per spegnere i macchinari. Nessuno ha mai detto niente", racconta Mario, uno dei due fratelli Cannavacciuolo. Intanto il loro gregge si decimava.

Un'altra testimone, Patrizia Gerlando, ricorda: "A neanche un mese dall'esplosione, le nostre pecore con le lingue di fuori e le teste così", e allarga le mani, "che gli scoppiavano". Cita i livelli di diossina trovati nel latte e maneggia con familiarità concetti difficili.

Ricorda anche la prima volta, nel marzo 2003, in cui qualcuno si è presentato per prelevare dei "campioni conoscitivi". I risultati delle analisi arrivano dopo otto mesi dalla raccolta, mesi in cui i Gerlando hanno continuato a vendere e a mangiare il formaggio e il latte delle loro pecore.

Le pecore di Acerra sono state anche a lungo monitorate da un ricercatore del Cnr, Leopoldo Iannuzzi. Lo studio sarebbe dovuto durare tre anni ma nonostante risultati allarmanti – livelli di diossina tredici volte superiori a quelli nazionali – il Comune taglia i fondi alla fine del primo anno.

"È una camorra – come si dice? – dai guanti bianchi", conclude Patrizia Gerlando.

Immagine #3
Mario Cannavacciuolo davanti a un cartello della Montefibre di Acerra

"Io sono più esperto di lei!"

Dal documentario emerge la profonda rottura del rapporto di fiducia con gli esperti, le persone con i guanti bianchi. Nel libro che accompagna il dvd si racconta di una rete di laboratori chimici compiacenti, "il 'comitato scientifico' dell'Onorata Società", che "fornisce certificati falsi ad hoc". I peggiori liquami vengono classificati come non tossici senza aver in realtà subito alcun trattamento, quando non si trasformano in concime.

In una scena del film, l'allora commissario straordinario per l'emergenza rifiuti Guido Bertolaso visita la discarica di Cava Riconta a Villaricca, che almeno sulla carta risulta essere in regola. Un uomo tra la folla, preoccupato, gli dice che quelli che vivono in vicinanza delle cave muoiono di tumore. "Non lo deve spiegare a me", risponde Bertolaso, "perché io sono più esperto di lei". Ribatte l'altro: "No, credo di no. Io ci vivo, qua!".

Poco dopo vediamo l'educatore ambientale Raffaele del Giudice, che ha fatto da guida ai tre registi, tirare un masso verso le montagne di rifiuti nella discarica. Il masso tocca terra e sparisce.
Sotto i rifiuti che vengono periodicamente innaffiati di deodorante, non c'è terra solida, ma un lago di percolato che dovrebbe essere raccolto in pozzi, stoccato e smaltito in impianti specializzati.
La cronaca dimostra che i timori dei "non esperti", a differenza della discarica, avevano salde fondamenta: alcuni mesi dopo Cava Riconta viene chiusa "per gravi irregolarità".

(Hanno collaborato Adele La Rana e Andrea Gentile)

( 21 settembre 2008 )


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