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Editoriale

Aprire il manicomio non vuol dire nulla


Trent'anni fa la legge Basaglia. Dieci anni prima la pubblicazione de "L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico", curata dallo stesso medico veneziano a cui la legge deve il nome.

Un libro incendiario in cui si condensano: le pratiche di lotta contro l'istituzione manicomiale, la distruzione della psichiatria scientifica su base neurologica e nosografica e una visione della follia che rimanda a meccanismi estranei alla malattia e alla sua cura, meccanismi "che hanno le loro radici nel sistema sociale-politico-economico che li determina".

Prassi antistituzionale, rivoluzione epistemologica e dialettica politica. Pagine al calor bianco, a differenza dei lavori più "accademici" di Franco Basaglia degli anni precedenti.

La legge 180 che venne approvata trent'anni fa dal Parlamento - nei giorni drammatici dell'omicidio Moro - ha il segno indelebile di quelle lotte, idee e speranze. Si trasferì sul piano giuridico, con una velocità inusuale nel nostro sistema, l'urgenza di cambiamento che si era espressa nella società; e iniziò una fase difficilissima, tuttora in corso: far vivere lo spirito della legge nei rapporti terapeutici, nelle norme e protocolli delle strutture di cura esistenti e di quelle da creare ex novo e nei rapporti tra istituzioni.

Oggi, a così lunga distanza di tempo e in un contesto politico e culturale completamente diverso, è in corso da più parti il bilancio di questa legge che tutti conoscono come quella che "sancì la chiusura dei manicomi".

Da questo specifico lascito - la chiusura dei manicomi - muove imprescindibilmente ogni bilancio. Senza la "pratica" - parola chiave nell'opera di Basaglia - della distruzione dell'istituzione manicomiale nulla resta della legge.

Questo è il primo elemento di ogni bilancio. Non (solo) quanti manicomi restano da chiudere, ma come procede la pratica della deistituzionalizzazione della follia. Perché solo in questo processo, costantemente irrisolto, di ascolto della sofferenza e di lotta pratica contro l'inerzia di ogni tipo di istituzioni è il cardine del pensiero scientifico e dell'opera di Basaglia.

La legge, come lui stesso ribadisce costantemente dopo la sua approvazione, è solo un punto di partenza. Da quel momento inizia un altro tipo di lotta, più sottile e più difficile, destinato a combattere il rischio della manicomializzazione di ritorno, il pericolo sempre presente che tutto si cristallizzi in una gestione efficientista delle strutture sorte grazie alla legge 180.

Nemmeno questo però - che è già troppo per molti di coloro che oggi operano nelle strutture e guidano le istituzioni - è sufficiente per un bilancio.

Secondo Basaglia, la stella polare che deve guidare il cammino di queste pratiche non la si può scorgere nel mutevole universo delle relazioni fra medico e paziente, nell' orizzonte, comunque chiuso, della critica alle istituzioni di cura. Essa sta nelle dinamiche sociali, nella politica.

"La polemica al sistema istituzionale, scriveva Basaglia nella presentazione a 'L'istituzione negata', esce dalla sfera psichiatrica, per trasferirsi alle strutture sociali che lo [il discorso antistituzionale ndr] sostengono, costringendoci ad una critica della neutralità scientifica, che agisce a sostegno dei valori dominanti, per diventare critica e azione politica".

È l'esclusione sociale - che colpisce soprattutto il corpo dei deboli e dei poveri - cui bisogna guardare, e solamente dal corpo sociale possono emergere la volontà e le forze del cambiamento. Lo ribadirà sempre.

"Aprire il manicomio, afferma un anno prima di morire, negli interventi noti come 'Conferenze brasiliane', non vuol dire nulla. Lo si può fare senza problemi in modo burocratico…Vogliamo invece che la medicina esprima qualcosa che sia espressione del sociale e prenda in considerazione l'organizzazione nella quale viviamo".

Per Basaglia - e per la cultura di quegli anni - la teoria marxista e l'analisi del rapporto sapere-potere di Foucault sono le cassette degli attrezzi per affrontare il problema. Mai un archivio di dogmi. Come sintetizza lucidamente il filosofo triestino Giovanni Leghissa, per lui i rapporti sociali storicamente determinati non sono meccanicamente la causa della malattia, bensì "la trama di una serie di contraddizioni che ad un certo punto possono anche esprimersi nella forma della follia, possono cioè rapprendersi in una certa configurazione di vissuti anomali ed anomici rispetto alle regole dominanti".

Se questi sono gli elementi del bilancio, bisogna però prendere atto che, come scriveva Maria Grazia Giannichedda nell'introduzione alle Conferenze brasiliane, "temi come il rapporto tra sapere e istituzione, il nesso fra follia ed esclusione sociale e il problema della politicità dell'agire del tecnico... si percepiscono oggi come inattuali in quanto sono usciti, o sono stati espulsi, dalla scena pubblica e dal lessico della politica e non sono stati assunti dalle discipline e dalle culture, tecniche".

È un grave impoverimento, che rischia di portarci indietro di decenni e di lasciarci disarmati davanti a quel "fascino discreto del manicomio" che Basaglia sempre paventava.

Che fare, ad esempio, davanti all'uso delle tecniche di neuroimaging, che, rilevando e visualizzando l'attività cerebrale, stanno cambiando l'approccio alla malattia mentale? C'è il pericolo che, pur con tutte le cautele messe in campo, si torni a nuove forme di nosografia? C'è veramente bisogno di una neuroetica che si occupi della "morale prima della morale"? Basaglia, proprio all'inizio del suo percorso, seguendo le orme di Erwing Goffmann, invitava a puntare lo sguardo sulla "carriera morale" del soggetto. E' nella difficoltà irrisolta del rapporto sociale, che viene mano a mano costituendosi il "malato" di una malattia di cui non si conoscono eziologia e patogenesi (non affrontabili nemmeno al livello descrittivo del neuroimaging).

E che fare, infine, con gli immigrati in numero drammaticamente crescente, fuggiti da guerre, miserie e calamità naturali, persone che - a detta dei medici che talvolta ne intercettano il disagio psichico – presentano sintomi i quali "non hanno riscontri medici"? L'inattualità dì questo pensiero non rischia di aprire semplicemente le porte a centri di permanenza più o meno temporanea?

( 18 maggio 2008 )


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