Letture consigliate

Il podcast del giornale del Master in Comunicazione della Scienza, Sissa
Master in Comunicazione della Scienza
Journal of Science Communication
Innovations in the Communication of Science

Racconto

Al cuore delle cose

"Sai che ogni scatola contiene altre scatole, all'infinito?", diceva il mago, e aveva ragione.


"Sai che ogni scatola contiene altre scatole, all'infinito?", diceva il mago, e aveva ragione. Quella sera sono stato con lui per ore, mentre da una grossa scatola di cartone ne tirava fuori una un po' più piccola, e poi ancora un'altra, più piccola ancora, ma davvero di poco: giusto dello spessore delle pareti di quella precedente, e tanto era ben incastrata che per liberarla bisognava lavorare a lungo e di fino, tirando un po' a destra finché non s'incastrava, per passare poi a guadagnare qualche centimetro dalla parte opposta. Non faceva in tempo a portare a termine uno di questi parti che già, lasciata la madre, ora solo pelle vuota, leggera, a ruzzolare per il pendio, era impegnato sulla nuova nata, ben decisa a non farsi aprire, serrata ora con nastro da pacchi, ora con robuste graffette o con spesse strisciate di colla. Poi per continuare le estrazioni, dovette usare una lente e pinze, aghetti ritorti e lamelle ruvide sempre più sottili, ferri del mestiere che conservava in un logoro astuccio di cuoio. Quando si fermò, l'ultima era un cubo che poteva tenere su un'unghia.

Solo la luna d'estate illuminava il prato, e tutto intorno c'era cartone. Erano normali scatoloni color avana, da imballaggio o da trasloco: due fogli di cartoncino rigido erano incollati su un terzo foglio ondulato e così rinforzati, fustellati, piegati e incollati formavano quattro pareti contigue e otto falde che, ripiegate quattro a quattro, chiudevano le facce superiore e inferiore. Le scatole più grandi se ne stavano aperte, malferme e inclinate sull'erba e sull'erica bassa avvinghiata alle rocce, o appoggiate a un cespuglio di mughi. Io ci stavo dentro, in piedi, a braccia distese sopra la testa; le attraversavo di corsa, sbattendo sulle falde come contro le porte di un saloon; sulle scese, le facevo avanzare a forza di capriole, come cingoli di un enorme carro armato. Il vento sbattacchiava quelle di medie dimensioni, a volte le alzava in brevi voli da gallina, i lembi lasciati a oscillare liberi, e aveva disperso le più piccole.

Foto di Guatman
Foto di Guatman

L'alba illuminava le chiare pareti brulle dei monti, sul sentiero sterrato che riportava a valle, e il mago posò sul mio palmo l'ultimo cubetto, compatto, pressato; mi ci fece chiudere il pugno attorno. "Con uno strumento abbastanza preciso, puoi continuare", disse. Un borbottio distante, poi un tossire insistito, infine riconobbi la fatica meccanica di un vecchio furgone che scendeva per la stradina sconnessa. Alzava polvere. Passò oltre nell'aria ancora opaca dalla notte e al volante non riuscii a distinguere che un'ombra tozza e indistinta, tutta un tremito nella scocca squadrata e rigida che risuonava agli urti con i sassi e le buche. Il mago cominciò a correre. Senza farsi ostacolare dalle lunghe scarpe arricciate e senza inciampare nelle pieghe del vestito troppo largo, raggiunse il camioncino; senza che le nappe a penzolo dalle brache e dalle maniche si impigliassero nei ganci che tintinnavano sulle sponde del cassone aperto vi si issò e, ruotando, sedette. Trasportato, subito lontano, agitava il braccio e mi diceva addio.

Scarpinai fino a mezzogiorno per tornare all'albergo, e le facce dei miei genitori, scavate e sbiancate dalle ore passate nella preoccupazione per la mia scomparsa, ripresero un po' di colore e carne potendomi toccare, accudire e sfamare. Accettavo le loro cure, e confermai col silenzio che m'ero allontanato durante la passeggiata in alta montagna e perso tra le pasture, ritrovando la strada solo al mattino. Pensavo ad altro: "Con uno strumento abbastanza preciso, puoi continuare". L'ho fatto.

Non subito, ero un ragazzino. Sapevo di non avere gli strumenti per lavorare su dimensioni così piccole senza rischiare di lacerare le pareti delicate del contenitore. Mi sarei ritrovato con una pallottola accartocciata o con una strisciolina stracciata, senza più possibilità di recuperare il regalo del mago, il segreto impaccato, il senso che si sarebbe rivelato svolto l'ultimo imballaggio.

Cominciai a interessarmi alle scienze che studiavano le parti minime e le frazioni infinitesimali della materia, e alle tecnologie per manipolarle. All'università il rigore raccolto della mia dedizione a tante discipline diverse e difficili passò provvidenzialmente per vocazione alla ricerca: guadagnai il rispetto, a volte l'amicizia, dei professori e l'accesso ai loro laboratori, di giorno, poi di sera, dopo l'orario di chiusura e di notte, senza orari. Sempre più spesso dormivo lì.

Ero silenzioso, discreto, concentrato, ma la mia presenza non passava inosservata mentre consegnavo i dati sperimentali che mi erano stati richiesti, e vi aggiungevo risultati inattesi; mentre i miei rilievi non venivano più solo ascoltati con curiosità e attenzione, ma si traducevano in nuovi progetti di ricerca; mentre il mio nome appariva sempre più spesso sulle riviste scientifiche, salendo via via la gerarchia informale tra lo strascico di coautori e collaboratori dietro ai direttori dei laboratori. Silenzioso, discreto, concentrato e autorevole, potevo muovermi con libertà perché era chiaro che avrei avuto una lunga carriera tra quelle mura. Capitava che al crepuscolo, preparandomi al lavoro notturno, incrociassi un ritardatario sulla strada di casa — uno studente come me, un assistente, un associato — e il suo saluto fosse impacciato e prudente più del dovuto, come se gli ultimi tenui bagliori rossi del tramonto mi segnassero sul volto ancora liscio un'ombra e un presentimento del potere che avrei raggiunto di lì a qualche anno.

Foto di EricGjerde
Foto di EricGjerde

Di notte, alla sola precisa luce messa a fuoco da un semplice microscopio ottico, ottenni i primi successi, con gli strumenti dei biologi. I micromanipolatori meccanici usati per sezionare moscerini della frutta e minuscoli parassiti mi aiutarono a farmi strada attraverso qualche decina d'incarti, ma per quanto mi fossi perfezionato nella tecnica fui costretto ad abbandonarla dopo nemmeno un anno, perché non era più accurata a sufficienza. Per un po' mi arrangiai grattando e scostando piano la sutura tra le falde con la fine affilatura di un microago (dico sutura, perché a quelle dimensioni le scatole avevano un aspetto stranamente organico, come grosse cellule a forma di cubo), usandolo poi per aspirare pian piano con gran pazienza la scatola successiva. Intravedevo ora su ogni lato della scatola le singole molecole impastate in lunghi intrecci oscuri: a quella scala entravano in gioco principi nuovi e la materia non si lasciava lavorare con goffi attrezzi macroscopici. Poi anche il taglio del microago non fu più netto abbastanza, e mi fermai in attesa di scoprire uno strumento ancora più preciso.

Imparai a unire chimica, meccanica ed elettromagnetismo progettando, per la tesi di laurea ancora quasi solo sulla carta, semplici nanomacchine. Continuai a occuparmene durante il dottorato, mentre la ricerca diventava il mio lavoro, e presto fui in grado di legare per affinità chimica un gran numero di curiose molecole tortili che avevo sintetizzato, ai lembi che volevo tirare aperti. Le molecole si districavano e si allungavano, si inarcavano l'una contro l'altra accorciandosi, e se ne controllavo il numero e correggevo con cura la composizione dell'ambiente liquido in cui la scatola galleggiava, tirando e torcendo applicavano la giusta forza per disserrarla. Con metodi simili ne cavavo poi fuori la nuova scatola sigillata, e potevo ripetere il processo più volte prima di far digerire quelle vecchie da enzimi o separarle per centrifugazione. Negli anni io, e il mio laboratorio, affinammo il sistema fino a distillarne una tecnologia capace di scomporre e ricostruire la materia atomo per atomo, di intessere gli elettroni in composti nuovi, di controllare i legami chimici come i tendini delle dita delle nostre mani. I residui del lavoro delle mie notti, le scaglie che si lasciava dietro — tecniche, strumenti, misure e processi — esposti al sole e all'aria vivace del giorno, a buone e cattive compagnie, sono cresciuti e hanno preso la loro strada, in finanza, in medicina e in chirurgia, nell'esercito, nello spettacolo e nella grande industria della distrazione organizzata, nel settore energetico e nella decontaminazione ambientale. Hanno reso il loro padre famoso, se non sempre fiero di loro.

Per me era solo cruciale non perdere l'ultima scatola estratta. A ogni esperimento recuperarla diventava più difficile: un albero nel bosco, un pesce nel mare, un granello di sabbia nel deserto. Non ho mai trovato che soluzioni temporanee. Da ragazzo la tenevo, quella che mi aveva consegnato il mago, nella cavità nascosta di un grosso anello il cui corpo era costruito per aprirsi e contenere, chissà, forse una pastiglia. Più tardi, più piccola, l'ho conservata, impegolata di gelatina, in una capsula di Petri. Le ho alzato attorno un'impalcatura di polimeri, l'ho recinta nel ventre vuoto di un batterio e ingabbiata in una cella stretta pochi atomi in una rete cristallina.

Foto di Chidorian
Foto di Chidorian

Ora la scatola, la cosa più piccola che si conosca al mondo, è sospesa qui, nell'aria poco oltre il mio naso, legata da un viluppo di linee di forza come un moscerino nella ragnatela, in attesa della collisione con un'altra cosina elementare, una qualche particella, che le gira sempre più vicina, sempre più veloce, nell'acceleratore che occupa la gran parte della vecchia mensa del laboratorio. Aspetto anch'io, carezzato dalle creste lente, rade e regolari delle lunghe onde che ronzano dai tiepidi nanomagneti superconduttori. E poi accade: si accende una luce rossa piccola come il bottone di un polsino, un altoparlante gracchia un breve sordo suono labiale e so che quella cosina elementare e velocissima ha speronato l'orlo allentato della scatola, che qualcosa si sta movendo e aprendo e se potessi spiare dallo spiraglio che si allarga vedrei che dentro non c'è — questa volta — non c'è un'altra scatola.

In un attimo si gonfia dal nulla un piccolo piccolo buco nero proprio di fronte alla mia bocca spalancata e mi strappa il respiro, me lo strappa dal centro del petto in una corrente di fiato che vi si inabissa girando in spire sempre più strette, così compressa e calda da mandare un debole bagliore prima di sparire come una lucertola guizza in una crepa del muro. La singolarità si chiude con un breve botto e, senza rubare altro dal mondo, evapora in uno sbuffo di radiazioni e lapilli roventi: brillano bianchi come stelle nel cielo, per un breve istante, poi si allargano in un alone rosso cupo che scompare piano come l'alito su un vetro freddo.

Tutto è spento e fermo e vuoto, nella mensa, nei corridoi, nell'ingresso, oltre le porte di vetro nel giardino dove è sera e piove piano. I polmoni si riempiono, poi si svuotano, si riempiono e al terzo respiro forse mi abituo di nuovo; forse no, perché sento l'aria fresca scivolare sull'interno della pelle, da dentro, come fossi una sacca vuota. Esco mentre la pioggia diventa più fitta, nei vicoli stretti e affollati i telai tesi degli ombrelli aperti si intralciano. Per procedere senza impaccio quando incrocio un'altra persona dovrei riuscire a trovare un accordo, a cogliere le sue intenzioni e a lasciar intendere le mie, ma ogni volta che alzo il mio ombrello cercando di passar sopra a quello di chi mi arriva innanzi, ecco che l'altro lo alza insieme a me; e se allora lo abbasso, mi anticipa e lo abbassa pure lui, finché inevitabilmente ci scontriamo scavalcandoci in malo modo, tra spinte e strisciate. Adesso so, con angoscia, di non aver mai capito niente di questo formicaio che mi brulica attorno: quando ero occupato nella mia ricerca non me ne curavo, ora che ho la risposta è diverso.

Davanti alla porta di casa chiudo l'ombrello: ha smesso di piovere, solo io l'avevo ancora aperto. Arrossisco irritato e serro i denti perché la mia solita distrazione, ora, mi pare intollerabile. Salgo le scale, entro tra le pareti bianche e nude, non sono mai davvero vissuto qui. Mi siedo vicino alla finestra su uno degli scatoloni ancora chiusi rimasti dopo il trasloco, anni fa, quando è morto mio padre: forse ci sono dentro libri, forse stoviglie, forse ciarpame ammassato per non decidere cosa buttare. Fuori, sotto, tra le ramaglie della corte sul retro e il fango umido, accovacciato su un'improvvisata cuccia di spugna fradicia di pioggia, un gatto si strazia i polmoni a ogni respiro, esalando sibili come un ganghero che cigola. Le case contro il cielo si appiattiscono in un'unica superficie nera, il bordo irregolare che infrange l'orizzonte. Ho la risposta, e devo ricominciare da zero.

( 22 giugno 2008 )


Jekyll © 2000–2009 SISSA, Trieste - Codice Fiscale 80035060328